Francesco e Romero, sulla strada verso i poveri

di Mario Scelzo

ROMA –  La causa di beatificazione di Monsignor Romero riparte. Ad annunciarlo, durante la la celebrazione per i venti anni della morte di don Tonino Bello, vescovo presidente di Pax Christi, è stato monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia. Una causa aperta nel 1997 e rimasta in sospeso, fino a qualche giorno fa.

Attorno al martire Romero, ucciso sull’altare mentre celebrava l’eucarestia nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza di San Salvador nel 1980, si è creata una disputa teologico/politica, che tuttora non traccia una visione unanime del “vescovo dei poveri”. I suoi detrattori lo hanno sempre definito un prete comunista, lontano dalla dottrina romana e politicamente schierato; chi l’ha conosciuto, invece, si impegna e lotta per valorizzare la sua figura all’interno della Chiesa Cattolica.

E’ difficile tratteggiare in poche righe la vita di Oscar Arnulfo Romero, Arcivescovo di San Salvador dal 1970 fino al suo assassinio del 24 Marzo 1980. Romero era un vescovo vicino alla gente, amico dei poveri, un vescovo che ha lottato contro l’oppressione e la violenza presenti in uno dei periodi più bui dell’America Latina.

Erano gli anni ’70, la situazione del Salvador era simile a quella di molti altri paesi della America Centrale. Di fatto il paese era in mano a pochissime famiglie di latifondisti, che con il sostegno dell’esercito e con la tacita approvazione degli Stati Uniti, comandavano il paese con metodi oppressivi e violenti, costringendo la popolazione contadina ad una vita di sofferenza e sacrifici.

Erano anche gli anni della teologia della liberazione, un movimento pastorale nato con il proposito di avvicinare la Chiesa al popolo, ma conclusosi con dinamiche poco chiare, con una politicizzazione del clero, con un abbandono del messaggio evangelico per aderire al messaggio della rivoluzione.

Erano quindi anni complessi, sia per la Chiesa, sia per il Salvador. Il Vescovo Romero da molti era considerato un conservatore, a causa del suo vivere a contatto con quella parte di popolazione stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare, che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali.

E proprio il susseguirsi di sopprusi e profonde ingiustizie provocò in lui una profonda conversione, nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali. I fatti di sangue, sempre più frequenti, che colpirono persone e collaboratori a lui cari, lo spinsero alla denuncia delle situazioni di violenza che riempivano il Paese.

In poco tempo, Romero diviene un simbolo, una delle voci più influenti nel suo paese, voce di denuncia contro gli abusi del potere della Giunta Militare. A Roma, questa sua fama crea problemi e diffidenze, in un perido in cui Mosca era ancora potente, il Comunismo era visto come il Male Assoluto e la Chiesa faceva fatica a distinguere tra lotta politica e sostegno ai poveri.

Anche in seguito al suo assassinio, la Chiesa di Roma ha faticato a comprendere lo spessore e il valore di Monsignor Romero. Il 6 marzo 1983, tre anni dopo la sua morte, Giovanni Paolo II rese omaggio alla  sua tomba, nonostante le pressioni del governo salvadoregno.

E non è dunque un caso se il processo di beatificazione del “vescovo dei  poveri” ha subito dei ritardi, blocchi e resistenze da parte della curia; mentre il popolo lo venera già come un Santo.

Tutto questo sino all’arrivo di Papa Francesco, il Papa argentino, che non ha mai fatto mancare la sua presenza nelle periferie, che ha sempre invitato i suoi parroci a non rimanere chiusi nelle sagrestie ma ad aprire spazi missionari. La chiesa argentina sotto la guida di Bergoglio è conosciuta come una chiesa vicina ai poveri ed ai sofferenti, chiesa che richiama la splendida frase di Giovanni XXIII: “Chiesa di tutti ma particolarmente dei poveri”; come hanno dimostrato i primissimi gesti di Papa Francesco: dal bacio ai disabili alla Lavanda dei Piedi nel Carcere Minorile di Casal del Marmo.

E allora non è difficile capire perchè per sbloccare una causa di beatificazione così complicata sia necesserario un Papa come Francesco, che sappia riconoscere il carisma e la grandezza di un Vescovo amico e difensore dei poveri e degli oppressi.

Essere amici dei poveri non vuol dire essere comunisti, tutt’altro, la vicinanza ai poveri è segno fondante della vita cristiana.

 

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